Il mercante di Marina

Il mercante di Marina. Pescatore

Questo racconto dura 9 minuti

La storia di un ricco mercante, che girava il mondo in cerca di tesori, e che un giorno sfortunatamente perse tutti i suoi averi. Deciderà  così di trasferirsi in riva al mare e di cambiar vita. Ma una notte accadrà qualcosa di straordinario: un incontro che sconvolgerà i suoi piani e che lo aiuterà a ritrovare quello che aveva perso.


 

Questa è la storia di un appassionato mercante, un esperto di opere d’arte, che girava il mondo alla ricerca di tesori da rivendere a facoltosi collezionisti, disposti a pagare molto denaro per le sue incredibili scoperte.

Giuseppe abitava a Firenze, a due passi da Ponte Vecchio, in un buio e disordinato appartamento: c’erano quadri, libri, statue e mobili stipati in ogni stanza. E per la paura che qualcuno si accorgesse di tutte quelle opere d’arte, le finestre restavano sempre chiuse. Così l’odore di tempere ad olio, misto a quello di smalti e di legni pregiati, come il noce ed il ciliegio, era l’unico ad abitare quella casa, nei lunghi periodi in cui Giuseppe viaggiava.

Il mercante di opere d’arte era una persona felice. Grazie al suo lavoro, infatti, poteva provare l’indescrivibile emozione di trovare tesori nascosti, conoscere storie avvincenti e visitare luoghi nuovi ed inesplorati.

Durante uno dei suoi viaggi, organizzato per andare in Egitto, alla ricerca di un antico manoscritto, una banda di ladri riuscì a scoprire dove abitasse, ed a rubargli tutte le opere d’arte che teneva nascoste. Non rimase più nulla in quella casa, solo il buio e l’odore di tempere ad olio misto a quello di legni pregiati.

Dopo circa un mese, al suo rientro a Firenze, Giuseppe aprì la porta di casa, annusò soddisfatto il profumo del suo appartamento ed accese la luce. Impiegò solo pochi secondi per capire quello che era successo. Si inginocchiò ed iniziò a piangere singhiozzando. Aveva perso tutti i suoi averi.

Giuseppe però era un uomo forte, dopo poco tempo pensò di vendere la sua abitazione di Firenze per comprarsi una piccola casa sul mare e, con quel poco che gli sarebbe rimasto in tasca, cercare un nuovo lavoro con cui poter campare. Pensava che una vita tranquilla, profumata di salsedine e scompigliata dal vento di libeccio, sarebbe stata ottima per raccogliere tutte le energie necessarie per ripartire.

E così, dopo pochi giorni dal suo tremendo rientro a Firenze, Giuseppe raccolse dentro ad una valigia di pelle tutto quel poco che gli era rimasto: qualche vestito, un portafogli di cuoio, ed il manoscritto con cui era tornato dal suo ultimo viaggio.

Destinazione Marina di Pisa.

Al suo arrivo, Giuseppe si diede da fare per trovare una nuova abitazione, ed in poche ore trovò l’alloggio che faceva per lui: una mansarda con due stanze. C’erano tre finestre, due rivolte verso il mare, ed una ricavata nel tetto, perfetta per osservare le stelle.

Le giornate si susseguirono molto lentamente per Giuseppe, che passava il tempo leggendo alcuni vecchi libri, trovati in scatoloni ammuffiti che erano stati da qualcuno dimenticati in un angolo del sottotetto.

Dopo pochi giorni dal suo arrivo, un po’ per la voglia di far qualcosa di nuovo, un po’ per cercare di risparmiare qualche soldo procurandosi da solo di che mangiare, Giuseppe acquistò una canna da pesca, qualche sugherino ed un sacchetto di ami. E la sera di quello stesso giorno, dopo aver ammirato da una delle sue finestre, come faceva tutte le sere, il momento magico in cui il sole si tuffa nel blu del mare per scomparire fino all’indomani, scese sugli scogli davanti casa e preparò il necessario per pescare.

Era agosto, la notte di San Lorenzo, quella in cui le stelle, stanche di star ferme immobili per tutto l’anno, decidono a turno di scappar via, e di esaudire i desideri di chi, in quel momento, si accorge di loro.

E Giuseppe si accorse di una di quelle stelle: era pronto con la canna da pesca in mano, aveva preparato l’amo sul quale aveva innestato un povero vermicello rosso, e stava per lanciare in acqua il sugherino, quando una scia luminosa catturò la sua attenzione. Il desiderio era pronto da tempo, ed in quel momento Giuseppe non riuscì a trattenersi dal dirlo ad alta voce:

“Stellina, ti prego, fammi ritrovare tutto quello che ho perso!”

Era quello che desiderava più di ogni altra cosa, e quella frase gli uscì dalla bocca quasi senza che se ne accorgesse. Quando pronunciò l’ultima parola del suo desiderio il sugherino toccò il pelo dell’acqua e rimase a galleggiare fermo immobile. C’era un tale silenzio quella sera che si riuscivano a sentire anche i rumori dei granchi che si muovevano tra i sassi in cerca di cibo. Niente altro, solo quei rumori e lo sciabordio delle onde che accarezzavano gli scogli, in quella serata di bonaccia estiva.

Improvvisamente il sugherino iniziò a ballare, su e giù, giù e su, e poi d’un tratto scomparve del tutto. Giuseppe non ci pensò troppo e, preso dall’emozione di poter dire di aver pescato il suo primo pesce, afferrò la canna e tirò verso l’alto con tutta la sua forza. La resistenza del pesce era minima, e l’eccessiva energia con cui era stato strattonato lo fece letteralmente volare per aria ed atterrare nelle mani di Giuseppe. Preso al volo!

“Ma che strano questo pesce!”. Disse il pescatore.

Effettivamente quel pesce aveva qualcosa di molto particolare: brillava nel buio della notte, come una stella. Era fluorescente, e…

“Sarai tu strano!”.

“Chi ha parlato?”. Spaventato Giuseppe si guardò in torno, non aveva sentito nessuno avvicinarsi, e quella risposta lo colse del tutto impreparato.

“Sono io, quaggiù!”

“Io chi? Non ti vedo!”. Il pescatore non aveva idea chi fosse a parlargli in quel modo e non riusciva a capire da dove venisse quella voce.

“Uff, ma proprio non vuoi capire? Sono qui, tra le tue mani! Potresti evitare di strizzarmi così? Mi farai diventare come una anguilla…”

Allora Giuseppe capì di essere impazzito: aveva pescato un pesciolino luminoso e, per di più, parlante. Non poteva essere vero.

“Come è possibile? Come fai a parlare? Che razza di pesce sei?”. Chiese Giuseppe.

“Sono un pesce avvera-sogni, sei tu che hai espresso il desiderio, no?”.

“S-sì, s-sono io, ho visto la stella cadente ed ho espresso un desid…Ma aspetta, come è possibile, devo essere pazzo, sto parlando con un pesce!”.

“Ascoltami.”, disse il pesciolino, “Ho poco tempo a disposizione, che tu ci creda o no sto soffocando qui fuori dall’acqua: cerca tra le cose che ti sono rimaste, e fallo quando il sole splende nel cielo, mi raccomando, se seguirai quanto ti ho appena detto troverai quello che cerchi. Addio, devo andare.”. E con un colpo di coda si liberò dalla presa del pescatore e si tuffò in mare, dove sparì lasciando una brillante scia luminosa.

Giuseppe non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo e, sbalordito e spaventato, tornò di corsa in casa.

Non uscì per giorni, credeva davvero di essere impazzito e questo lo faceva sentire ancora più triste e depresso. Piano piano Giuseppe si convinse che l’episodio del pesce avvera-sogni non fosse mai realmente accaduto, e che si fosse trattato solo di una sua fantasia.

Passarono diversi mesi da quella strana notte delle stelle cadenti, ed i soldi a disposizione del mercante stavano per terminare, così si ricordò che tra le sue cose doveva esserci ancora l’antico manoscritto, trovato durante l’ultimo viaggio in Egitto. Impiegò del tempo per ritrovarlo, perché dal suo arrivo a Marina non lo aveva mai più cercato. A dire il vero non aveva mai neppure avuto l’occasione di aprirlo per leggerne il contenuto: infatti, al suo rientro a Firenze, spaventato dal furto di tutte le sue opere d’arte, aveva deciso di non voler più avere niente a che fare con il suo vecchio mestiere. E così quell’antico manoscritto era stato infilato nella valigia di pelle con la quale era arrivato a Marina di Pisa, chiuso come quando era stato trovato.

“Eccoti qua.”, bisbigliò Giuseppe aprendo una delle tasche interne della sua valigia.

Il manoscritto aveva una copertina in pelle scura, non riportava alcuna scritta, ma solo le iniziali dell’autore “J.H.B.”. Giuseppe non aveva idea di chi fosse, ma sapeva trattarsi del diario di uno degli esploratori che scoprì la tomba del faraone egiziano Tutankhamon.

La decisione era presa: Giuseppe avrebbe venduto quel prezioso manoscritto. Ma prima di farlo volle almeno dargli un’occhiata.

L’autore del diario aveva riportato all’interno del manoscritto i disegni di tutte le incisioni trovate all’interno della piramide del faraone Tutankhamon, e ne riportava anche il significato. Il mercante rimase stupito di quanto fosse interessante quella lettura, eppure sapeva bene che avrebbe dovuto separarsene per poter continuare a campare. Ma prima di scambiare quel diario per una buona quantità di soldi, Giuseppe volle leggerlo tutto.

Era circa mezzogiorno, il sole splendeva alto nel cielo ed illuminava gli scogli. Il mercante si affacciò alla finestra con il manoscritto, immerso nella lettura. I disegni di quelle incisioni, trovate dagli esploratori sulle pietre della piramide, erano davvero belli, e le spiegazioni di quale fosse il loro significato erano strabilianti.

Sfogliando le pagine di quel prezioso diario, Giuseppe si bloccò di colpo. Per alcuni istanti rimase immobile a pensare e ripensare a dove avesse già visto l’immagine che aveva sotto il naso: era un pesce, con dei segni a forma di fulmine attorno, come a rappresentare che fosse luminoso.

“Un pesce luminoso. La notte delle stelle cadenti. Cerca tra le cose che ti sono rimaste, e fallo quando il sole splende nel cielo, mi raccomando, se seguirai quanto ti ho appena detto troverai quello che cerchi.”. Ricordò Giuseppe.

Quella pagina del manoscritto riportò Giuseppe al bizzarro incontro con il pesce parlante. Tutto iniziava a tornare. Il manoscritto era quello che il pesce gli aveva suggerito di cercare: “tra le cose che ti sono rimaste”. Ma perché farlo “quando il sole splende nel cielo”? Il mercante proprio non capiva, e così alzò lo sguardo dal libro e guardò fuori, riflettendo sul significato di quelle parole. Quando all’improvviso qualcosa gli fece spalancare gli occhi e la bocca dallo stupore.

Era sempre stato lì, davanti ai suoi occhi dal primo giorno in cui era arrivato a Marina di Pisa, eppure non lo aveva mai notato: proprio davanti casa sua, c’era uno scoglio come tanti altri, ma che nascondeva un misterioso segreto. Il sole alto nel cielo stava illuminando il lato di quello scoglio che era rivolto verso la strada, quindi verso le finestre della casa di Giuseppe, e quella luce faceva sì che sulla superficie di questo comparissero quattro volti umani.

Sì, erano quattro facce, di un uomo, la più grande, di una donna, e di due piccole bambine.

Il manoscritto parlava di incisioni su pietra, ed il sole alto nel cielo aveva mostrato a Giuseppe quei misteriosi disegni sullo scoglio. Adesso le parole del pesce avevano un senso, ma mancava ancora un tassello del puzzle perché tutto fosse chiaro, cosa c’entrava tutto questo con il desiderio di Giuseppe di ritrovare quanto aveva perduto?

Il mercante scese subito in strada per osservare da vicino lo scoglio misterioso. Si rese conto che anche con la luce “giusta” i quattro volti incisi sulla pietra si vedevano a mala pena. Eppure erano lì, e nessun passante pareva farci caso. Anche i pescatori e gli abitanti di Marina, quando Giuseppe chiese loro se avessero mai notato quelle strane incisioni rispondevano di no. Nessuno sapeva niente di niente, ma il mercante non si diede per vinto, voleva saperne di più, e così pensò di legare a quello scoglio una piccola bottiglia, nella quale inserì un biglietto: “Quattro volti. Il Mercante.”.

A Marina tutti conoscevano Giuseppe come “Il Mercante”, anche se lui era strasicuro di non aver mai raccontato a nessuno la sua storia. Ma tutti sapevano chi fosse e cosa gli era successo pochi mesi prima a Firenze. Il mare doveva aver spifferato ai quattro venti tutti i segreti confidati.

Scrivendo quel biglietto era sicuro che l’autore di quelle incisioni si sarebbe in qualche modo messo in contatto con lui. E così avvenne.

Era un uomo con i capelli lunghi e grigi, gli suonò al citofono e gli chiese di scendere in strada per parlare. Giuseppe si fiondò di corsa giù per le scale, desideroso di conoscere finalmente quel misterioso personaggio.

“Mi chiamo Jean, sono io che ho scolpito quei volti sullo scoglio.”

“Piacere, sono Giuseppe. Anche se tutti mi chiamano Il Mercante.”

I due si sorrisero ed iniziarono a parlare delle loro vite passeggiando sul lungomare. Il libeccio disperdeva le parole non appena queste si allontanavano dalle loro labbra, e più il vento soffiava, più forte dovevano parlare. E con altrettanta forza, da quel giorno, la loro amicizia iniziò a costruirsi.

Jean era un artista, dipingeva scene di vita di Marina di Pisa, e viveva vendendo le sue tele a turisti e passanti. Sperava così di mettere da parte qualche soldo per poter raggiungere la moglie e le sue due bambine, che vivevano in Germania. Aveva scolpito su quello scoglio, durante una buia notte di libeccio, il suo volto, e quello delle persone che amava, per ricordarsi sempre, ogni volta che vi fosse passato davanti, quale fosse lo scopo della sua vita.

Quell’incontro cambiò profondamente Giuseppe, tutto ad un tratto gli fu chiarissimo cosa fare perché si avverasse il desiderio espresso in quella notte stellata di alcuni mesi prima.

Vendette il manoscritto, e con una parte del ricavato comprò un biglietto aereo per la Germania, da regalare a Jean. Quando l’artista marinese ricevette quel dono, non riuscì a dire la parola “Grazie” dai singhiozzi commossi. Jean era finalmente felice, e Giuseppe, per questo, lo era ancora di più.

Con gli altri soldi avviò la sua nuova attività: nel suo sottotetto allestì una esposizione di tutte le tele di Jean, e delle opere d’arte dei numerosi poeti, pittori, scultori marinesi. La casa di Giuseppe diventò frequentatissima da chi voleva ammirare, guardando verso il mare a mezzogiorno, lo scoglio dei quattro volti. E da chi voleva conoscere quel mercante tanto appassionato e gentile che riusciva a contagiare tutti con la sua felicità.

Fu così che Il Mercante di Marina ritrovò tutto quello che di davvero importante gli era stato portato via in quel triste giorno di qualche mese prima, non i suoi tesori, né le sue opere d’arte di rara bellezza, ma quello che davvero riesce a trasformare la vita di una persona: la felicità.

  

Racconto inedito soggetto a copyright. Ideato e scritto da Marco Sinigaglia. Ulteriori informazioni  

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