In volo sui tetti di Parigi

favola spazzacamino

Questo racconto dura 6 minuti


Ogni mattina, ancor prima che il gallo del vicino iniziasse a cantare, Julie spalancava i suoi occhioni neri e sorrideva: aveva solo 8 anni, ma aveva la fortuna di avere un papà spazzacamino. Già, era proprio grazie al lavoro del padre che qualcosa di magico aveva colorato per sempre la sua vita.

Era un giorno come tanti altri; tornata da scuola, dopo aver lanciato la cartella di pelle in un angolo della sua cameretta, Julie corse ad indossare dei pantaloni da sporcare, una vecchia maglia di lana e gli scarponi rinforzati. Poi cercò il suo papà.

“Eccomi, sono pronta, dove mi porti oggi?”

E così il papà spegneva la pipa, chiudeva il giornale, e si alzava dalla poltrona con un sospiro.

“Ahi, la mia povera schiena. Julie, Julie, hai finito i compiti per domani?”

“Li ho fatti ieri papà, era brutto tempo e ne ho approfittato per studiare!”

“Brava stellina, allora saluta la mamma mentre mi preparo, ed usciamo, ti porterò a Montmartre.”

Montmartre era il quartiere di Parigi che più amava, sempre così pieno di pittori, appostati in ogni angolo con le loro tele e tavolozze sporche di tempere colorate, in cerca di un soggetto da ritrarre. C’erano gli artisti, che attiravano i passanti con acrobazie e giochi di prestigio, e che lasciavano in terra un basco o una coppola per essere ricompensati con qualche moneta. Per non parlare dei musicisti che improvvisavano dei veri e propri concerti, grazie alla partecipazione del pubblico che si fermava ad ascoltare ed a ballare sulle note delle loro composizioni.

Julie amava Montmartre anche, e soprattutto, per i suoi profumi; quello delle brioche calde appena sfornate le faceva sempre brontolare un po’ lo stomaco per la fame, e quello che usciva dalle botteghe dei fiorai le ricordava la sua vecchia nonnina che stendeva al sole i panni puliti.

“Julie passami quella fune”, disse il papà mentre si preparava per poi calarsi in uno stretto comignolo.

“Ma papà, fai fare a me, per favore, posso scendere io? Non credo che riuscirai a passarci.”

In effetti Julie aveva ragione: quel comignolo era così stretto che, se il padre vi si fosse calato, probabilmente ci sarebbe rimasto incastrato.

“Va bene figlia mia, ma fai attenzione e quando arriverai in fondo avvisami. Mi raccomando.”

E così, un poco per volta, Julie fu calata dal suo papà all’interno della canna fumaria. La discesa durò un paio di minuti, durante i quali la bambina non vedeva niente di niente, era circondata dal buio e dalla fuliggine. Durante la discesa Julie non vedeva l’ora di arrivare in fondo, era un po’ spaventata.

Ad un certo punto i piedi della piccola aiutante-spazzacamino toccarono qualcosa. Era il pavimento, la discesa era terminata, Julie si ritrovò in piedi nel camino di un freddo e vuoto appartamento.

“Papà, sono arrivata!”

“Bene, Julie, adesso utilizza la spazzola e la canna come ti ho insegnato, e quando avrai finito chiamami, così da riportati quassù.”

Era la prima volta che il suo papà la calava dentro ad un camino, e la sensazione di ritrovarsi da sola in una casa vuota la faceva sentire “grande”.

“Va bene papà, appena ho fatto ti avviso.”

Doveva trattarsi di una casa abbandonata, a giudicare dall’odore di chiuso e dal rimbombare della sua voce. Davanti al camino nel quale si era ritrovata Julie c’erano due vecchie poltrone, ed alcuni giornali lasciati sul pavimento. Dietro alle poltrone, poggiata contro il muro, Julie vide una libreria di legno, completamente vuota, ma che un tempo doveva aver ospitato molti libri, a giudicare da come erano incurvati i ripiani.

Nella stanza non c’era niente altro, solo silenzio, freddo ed una striscia di luce che entrava da una piccola fessura rimasta tra le persiane dell’unica finestra presente in quella sala. Julie seguì più volte con lo sguardo questa la lunga linea gialla luminosa, c’era infatti qualcosa che la colpì, ma non riusciva a capire che cosa fosse, era troppo lontano.

Si trattava di un impercettibile riflesso: la luce del sole si rifletteva contro l’angolo di un piccolo oggetto metallico, rimasto quasi completamente nascosto nel buio della stanza.

La bambina, presa da una incontrollabile curiosità, si liberò dalla fune legata in vita, ed uscì dal camino. Passò accanto ai giornali lasciati per terra e vide tra questi un piccolo libricino rosso, si chinò per vedere di cosa si trattasse, ma era troppo buio per capire cosa fosse, così lo raccolse e lo mise in tasca.

Si avvicinò poi al misterioso oggetto illuminato dal raggio di luce, e solo quando si trovò ad un passo da questo riuscì a capire di cosa si trattasse. Era un piccolo modellino di un aeroplano, un biplano a motore color verde oliva, tutto di legno tranne l’elica, metallica. Era proprio questa che, riflettendo la luce solare, aveva attirato la sua attenzione. Sulle ali erano disegnate in giallo due lettere “J.D.”.

“Le mie iniziali!”, pensò. “Julie Delacroix!”

Così si chinò per prendere in mano il modellino, ed appena toccò l’aeroplano successe qualcosa di strabiliante.

Julie si ritrovò a bordo di quel velivolo, era proprio lei la pilota: non poteva trattarsi di un sogno, era tutto così reale. Stava volando sopra i tetti colorati di una grande città, attraversata da un fiume dalle acque verdi smeraldo. Il sole stava tramontando ed in cielo, alle sue spalle, c’erano già la luna e qualche stella. Il vento fresco le accarezzava le guance e le liberava i capelli dalla sua lunga treccia. Julie stava davvero pilotando quell’aereo. E guardando in basso riusciva a scorgere gli stessi artisti che poco prima aveva incontrato in strada.
Così la spazzacamino, sempre intenta a dirigere il velivolo, frugò con una mano nella tasca dei pantaloni e tirò fuori il libricino rosso trovato poco prima tra i giornali.

Julie non credeva ai propri occhi, quel libretto era una cartina della Francia, e su questa era disegnato il suo magico aeroplanino mentre sorvolava i tetti delle abitazioni di Parigi.

Ma come tutto era iniziato, così, in pochi istanti, il viaggio fantastico di Julie terminò, interrotto dalla voce del padre che la chiamava dal tetto:

“Julie, hai fatto? Si sta facendo notte, è più di un’ora che sei laggiù!”

“Eccomi papà arrivo.”

La bambina rimase di stucco quando capì, dalle parole del padre, di essere rimasta così tanto tempo in quel buio e freddo appartamento abbandonato. Ma senza pensarci troppo, si legò in vita la fune e chiamò il padre per farsi tirare su.

Durante il viaggio di ritorno Julie era ancora elettrizzata per le emozioni provate in quell’insolito pomeriggio. Si era trattato di un sogno incredibile, ma che le aveva lasciato la sensazione di aver davvero sorvolato la sua città, di aver veramente vissuto quella esperienza.

Era però anche un po’ delusa: l’esperienza di volare non poteva che essere stata una fantasia, non poteva essere avvenuta realmente, era stato solo un bellissimo sogno. Julie sapeva di non aver pilotato quel biplano, doveva averlo semplicemente immaginato.

“Piccola mia, perché sei così silenziosa, forse non ti sei divertita a fare la spazzacamino?”

“Certo papà, è stato molto divertente, sono solo un po’ stanca.”

“Lo credo bene Julie, sai, è un lavoro faticoso, divertente, ma molto stancante. Ma guardando la città dall’alto dei suoi tetti scoprirai tanti piccoli segreti, ed avrai la fortuna di vedere anche quello che dalla strada non potresti notare. Come quel bellissimo biplano a motore che è passato proprio sopra di noi mentre stavi pulendo il camino di quella casa di Montmartre.”

Gli occhioni neri di Julie si spalancarono e brillarono.

“Quale biplano a motore papà?”, chiese stupita.

“Eri scesa da poco nel comignolo, quando sopra di me ho visto passare questo vecchio aereo rosso. Era bellissimo, e la cosa più curiosa era che sulle ali erano riportate le tue iniziali, J.D., Julie Delacroix”.

La bambina tremava dall’emozione. Non si era trattato di un sogno dunque, era successo realmente: davvero aveva pilotato quel magico modellino di biplano. E mentre rifletteva sulla magia di quella incredibile scoperta, la sua mano urtò qualcosa nella tasca dei suoi pantaloni. Era il libricino rosso, che aveva raccolto davanti al camino e che aveva poi dimenticato di lasciare dove lo aveva trovato.

Quello che non aveva notato, nel buio dell’appartamento abbandonato, era la scritta gialla sulla fodera del libretto: “Julie Delacroix”. Lo aprì: era davvero una mappa della Francia, e sopra Montmartre era ancora presente il disegno del suo biplano verde oliva.

Julie non parlò con nessuno di quell’aeroplanino trovato per caso in un appartamento abbandonato, buio e freddo. Ma da quel giorno, tutte le volte che Julie ebbe voglia di farsi un bel giro su un vecchio biplano a motore, alla scoperta di luoghi vicini e lontani, con il vento fresco che le accarezzava le guance e le scioglieva i capelli, chiedeva al padre di poterlo accompagnare per i tetti di quel bellissimo e profumato quartiere di Parigi, Montmartre, al centro del quale si trovava un freddo e buio appartamento abbandonato, che come un forziere conservava il tesoro di Julie, il suo magico modellino di biplano a motore.

 

Racconto inedito soggetto a copyright. Ideato e scritto da Marco Sinigaglia. Ulteriori informazioni

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